#BCM23 DIARIO DI BORDO - 15 novembre

15/11/2023

Pubblicità o arte?

In quanto studentessa di comunicazione e marketing, la mia esperienza con BCM23 non poteva che iniziare con un evento riguardante la pubblicità. Durante La pubblicità oggi: tra sogni, bisogni e nuove consapevolezze, ho avuto modo di approfondire questo mondo affascinante. Molto spesso la pubblicità viene accusata di essere semplicemente un mezzo manipolatorio, il cui unico fine è vendere i prodotti. La pubblicità, però, non è solo questo. Come hanno ampiamento discusso i relatori, la pubblicità è anche una forma d’arte e un vero esperto di comunicazione compie ricerche 365 giorni l’anno per capire i reali bisogni dei consumatori. La comunicazione, e più nello specifico l’advertising, è una forma di doppia arte: marketing puro da un lato e forma artistica dall’altro. Solitamente quando parlo di queste tematiche con i miei amici, vengo sempre criticata, perché si pensa immediatamente al lato consumistico della questione. Rispondo sempre dicendo che è bene conoscere questo mondo, anche se non si è particolarmente interessati, per capire come diventare consum-autori; acquirenti coscienti e selettivi nelle nostre scelte. È stato estremamente gratificante ritrovarmi in una sala di persone che condividevano con me questo interesse, perché in fondo BookCity Milano è anche questo: inclusione e ritrovo.

                                            Martina Tamà

E gli ItalIAni?

Sono le 12:30 e Francesca Ferrara, con Cristina Maccarrone, ci spiegano come progettare un libro anche grazie all’intelligenza artificiale. Presto molta attenzione, non perché debba scrivere un libro, ma perché dovrò presto scrivere una tesi magistrale, per la quale i consigli su bibliografia, indice e plagio mi sono molto utili. Sì, anche sul plagio, perché, pur non copiando, tutti abbiamo paura che il nostro lavoro venga segnalato o rifiutato dalla commissione perché troppo simile a lavori precedenti. E se prima questo timore proveniva da mancate citazioni o bibliografie scadenti, adesso è legato all’intelligenza artificiale, che è diventata uno strumento pervasivo nello studio e nella ricerca. Nonostante non abbia mai utilizzato Chat GPT o simili, riconosco la loro utilità e comodità, e non escludo la necessità di dovermici interfacciare in futuro. Mentre penso a quando questa tecnologia potrebbe tornarmi utile, le relatrici ci mostrano diversi prompt da suggerire all’AI e i risultati sono incredibili: in pochi attimi, interi indici, strutture e trame compaiono sullo schermo. Lo strumento è così veloce e sicuro da sembrare infallibile e sembra invogliarti a scrivere sempre di più nella sua barra di ricerca, a suggerirgli altre idee, a chiedere ancora. Ma l’intelligenza artificiale non è affatto infallibile: quando la relatrice chiede a ChatGPT di fornirle esempi di libri italiani, lo strumento si confonde e propone titoli inglesi di scrittori italiani, che purtroppo non sono mai stati scritti. Il fatto è preoccupante per due motivi: il primo riguarda la nostra futura dipendenza da strumenti che producono informazioni ingannevoli e rischiano di peggiorare la nostra situazione piuttosto che migliorarla; il secondo è una semplice constatazione: se il mio lavoro, sudato dopo mesi di studio e ricerca, non può neanche essere suggerito da una tecnologia che analizza miliardi di risultati in pochi secondi, che cosa l’ho fatto a fare? Sorrido con amarezza, ma poi penso che, finché ci sarà almeno una persona in grado di riconoscere il mio lavoro umano, a me di ChatGPT non importa. Chiudo la live con l’auspicio che qualcuno capace di riconoscere i propri errori e dare altri suggerimenti continuerà a esistere per sempre, proprio come Ferrara e Maccarrone.

                                            Vanessa Cecchi

Sognarsi storia

All’inagurazione di BookCity Milano 2023, Orhan Pamuk ci parla della sua poetica onirica ed immaginifica, di quanto i sogni possano aiutare l’umanità: «Voglio continuare a sognare la possibilità di fare letteratura, di fare arte», dice. È una parola complicata, “sogno”: dà subito l’idea di una fantasticheria, di mancanza di presa sul reale. Giustamente si potrebbe affermare che ciò di cui abbiamo davvero bisogno sia una radicale evasione dal sogno. Eppure, anche poter sognare è un privilegio.

Fabrizia Ramondina, Maria Antonietta Torriani, Paola Masino, Emilia Ferretti Viola, Neera, Jolanda: sono solo alcuni dei nomi delle scrittrici italiane del Novecento, tra le centinaia sommerse nell’iceberg da cui emergono le pochissime note. Se non ostacolate alla radice, private dell’accesso all’istruzione, dei mezzi socio-economici, della capacità stessa di immaginarsi soggetti scriventi – allora condannate all’esclusione, bandite da un modello normativo che al massimo le ha volute costrette ai propri bordi, relegate ad eccezioni o deviazioni. Da qui, con Johnny Bertolio nasce l’idea di un “controcanone”, per abituare sin dalla scuola al fatto che la letteratura e la storia stessa non siano né siano state patrimonio maschile. Il collettivo di Mis(s)conosciute, Valeria Palumbo, Donatella Martini e Johnny Bertolio hanno dato nome e voce a quelle figure e a quei lavori a lungo soffocati da un canone e da criteri affatto naturali, ma solo culturali. «Io non so se i nomi di cui mi servo per tutte le cose di cui parlo sono i veri. Sono stati creati da altri, tutti i nomi, per sempre. Ma quel che importa non è nominare, è mostrare le cose», scriveva Sibilla Aleramo. Eppure, sappiamo bene quale sia l’importanza del nominare le cose, perché siano riconosciute reali: la violenza, l’omosessualità, il piacere e l’affettività non asserviti allo sguardo maschile. La scrittura, allora, è luogo in cui dare e trovare rappresentanza, quel “minority report” che permette di mostrare il “policentrismo tematico” interno alla storia, in tutta la sua complessità prospettica.

                                        Tecla Domenichini